giovedì 12 giugno 2008

Ambulanti, scatta un altro blitz

(Il Sardegna) Un vigile circondato da un gruppo di senegalesi, colpito al volto finisce all’ospedale. Controlli, botte e retate nel largo Carlo Felice. Tra ambulanti extracomunitari e la polizia municipale sale la tensione. Ieri mattina, la polizia eseguiva un controllo sulle licenze degli ambulanti. Tutto sembrava svolgersi come da copione, con identificazione e sequestro, ma dopo qualche momento di tensione, l’agente C. C. di 45 anni è stato accerchiato da cinque senegalesi e centrato con un pugno in pieno volto. I colleghi hanno dato l'allarme ed è scattato il blitz della municipale, coordinato con i carabinieri: caccia all’aggressore in tutte le mete privilegiate dei senegalesi. L’assalitore è riuscito a dileguarsi, ma due giovani africani sono stati fermati e identificati. L’agente se l’è cavata con qualche escoriazione. Ma tra i vigili sale la tensione. Il blitz del resto era nell’aria. C’era perfino qualche commerciante che l'annunciava da giorni. E anche il vertice di venerdì in Prefettura aveva fatto pensare a un giro di vite su licenze e abusivismo tra gli extracomunitari. Ma per il Comando dei vigili i controlli erano normale routine: «Si trattava di un normale controllo - spiega Mario Delogu, comandante della Municipale - ma un nostro agente è stato circondato e colpito. Poco dopo
è scattato il blitz, ma l’aggressore è riuscito a fuggire. Abbiamo identificato due extracomunitari e sequestrato della merce, ma da un po’ di tempo i nostri interventi si rivelano sempre meno “amministrativi” e sempre più di polizia». E promette: «Andremo alla ricerca dell’aggressore in modo che non si sentano immuni». Il comandante fa sapere che il vertice di venerdì non ha nulla a che vedere con l’intervento di ieri. «Quello è un piano che prenderà corpo più avanti e sarà coordinato dal prefetto», chiarisce Delogu. L’aggressione all’agente ha scosso anche il vicesindaco con delega alla sicurezza Maurizio Onorato che, saputo dell’incidente, si è recato nel Largo mentre era in corso il blitz: «Un brutto episodio che preoccupa - spiega Onorato – ormai la vicenda sta andando oltre le denunce dei cittadini sui fastidi per ambulanti e parcheggiatori abusivi».
Circa un mese fa, il gruppo di Azione Giovani aveva presentato alla stampa una raccolta di firme contro la crescente aggressività dei parcheggiatori abusivi extracomunitari. Ma non solo: anche online si trova una petizione indirizzata al sindaco per fermare la crescente invasione degli abusivi. Una petizione ancora aperta.
Ennio Neri

lunedì 9 giugno 2008

I giovani di An scrivono a Napolitano

(Il Sardegna) In una lettera aperta al Capo dello Stato Giorgio Napolitano i giovani esponenti di Alleanza Nazionale e Azione Giovani hanno espresso il loro dissenso al trasporto dei rifiuti campani in Sardegna. Tra le motivazioni, i componenti della giovane destra elencano la mancata individuazione dei “colpevoli” della disastrata situazione in Campania, «ma ancor più grave - denunciano - è la percezione che ci si ricordi della Sardegna solo quando ci siano da smaltire dei rifiuti mentre si assiste passivamente alla crisi del Porto Canale di Cagliari e di altre imprese che chiudono i battenti a causa del prezzo dei trasporti e dell’energia». Per arginare questa crisi economica e sociale, gli esponenti di An e Azione Giovani lanciano un appello al Presidente della Repubblica affinché sensibilizzi il mondo politico spronandolo a prendere tutti quei provvedimenti capaci di accorciare le distanze tra la Sardegna e la Penisola. Nella lettera, inoltre, si mette in guardia da un possibile rischio: la solidarietà dei sardi non finisca per alimentare il giro d’affari malavitoso che si è sviluppato intorno all’emergenza rifiuti.
Intanto, a proposito del presunto silenzio degli ambientalisti sull'argomento rifiuti campani, intervengono le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d'Intervento Giuridico che precisano – a scanso di equivoci, di avere preso posizione decine di volte sull'emergenza «permanente ed istituzionalizzata» dei rifiuti campani, così come sul sistematico smaltimento di "fumi di acciaieria" ben più pericolosi della munnezza napulitana. Così come sul "ritorno" del nucleare.

sabato 7 giugno 2008

Caro Presidente, anche noi siamo italiani

Riportiamo il testo della lettera aperta inviata al Capo dello Stato in merito alla vicenda degli "sbarchi" di rifiuti campani in Sardegna. La lettera è stata firmata da: Salvatore Deidda, Dirigente Nazionale di Azione Giovani; Antonella Zedda dell'Esecutivo Nazionale di Azione Universitaria; Giulio Uras per Azione Giovani Cagliari; Carlo Poddesu per Azione Universitaria Cagliari; Alessia Assorgia, Responsabile Provinciale di Azione Studentesca; Laura Fei per Azione Giovani Caravella; Alessandro Serra, Capogruppo di Alleanza Nazionale al Comune di Cagliari; Paolo Meloni, Consigliere Provinciale di Alleanza Nazionale; Toto Sirigu, Responsabile Organizzazione di Alleanza Nazionale per la Provincia di Cagliari; Paolo Truzzu, Presidente della Circoscrizione n°5 di Cagliari; Marco Verza, Consigliere di Alleanza Nazionale nella Circoscrizione n°1 di Cagliari.
Caro Presidente,
Le scriviamo in merito al drammatico problema riguardante i rifiuti campani. Siamo consapevoli che il problema le sta a cuore visto che è la sua terra natia ma le esprimiamo, in quanto Capo dello Stato, il nostro sconforto nell’apprendere che la nostra isola sarà ancora meta delle carrette che attraversano il Tirreno cariche di rifiuti.
Il nostro non è egoismo o scarso sentimento patriottico verso nostri concittadini, ma riteniamo che ancora oggi non siano stati individuati e puniti i responsabili della situazione che ha portato la Regione Campania a questa deriva e inoltre consideriamo un’offesa che lo Stato si ricordi della Sardegna solamente nel momento in cui deve offrire il proprio aiuto. Temiamo, altresì, che la solidarietà dei Sardi, lungi dal sortire effetti benefici per la popolazione campana, finisca invece per alimentare il giro d’affari malavitoso che si è sviluppato intorno all’emergenza rifiuti.
Ci permettiamo di rubarle ancora un po’ di tempo per spiegarle il nostro sentimento.
La nostra Isola attraversa una grossa crisi economica, con attività, grosse o piccole, che chiudono e mandano a spasso lavoratori che per troppo tempo sono stati illusi di aver trovato il posto in grado di garantire un esistenza, non di certo agiata, ma sicura e dignitosa.
Il Porto Canale di Cagliari è deserto e il futuro non è di certo roseo. Centinaia di operai e lavoratori saranno mandati a casa. Da anni si elencano varie motivazioni per chiudere quello che per Cagliari e la Sardegna, sarebbe dovuto essere un epicentro per il mercato mondiale.
Elevato costo del trasporto merci che arrivano e partono dalla Sardegna. Costo del lavoro, dell’energia. Tante parolone per farci capire che la nostra Isola sia isolata più che mai dal Continente. Perché mai allora lo Stato è tanto disponibile a spendere per trasportare rifiuti? E’ evidente che sarebbe più economico dirottarli in qualche Regione limitrofa ma questo non avviene. Perché?
Noi vorremmo che il prezzo di questa insularità che noi sardi paghiamo sia alleviato da quei provvedimenti che lo Stato deve garantirci per avere una vera parità con le altre Regioni. Perché L’Unilever, multinazionale che produce gelati, saponi etc doveva chiudere uno stabilimento in Italia e stranamente ha scelto di chiudere Cagliari a favore di Napoli? Costi,costi costi superiori. La politica, qui rappresentata purtroppo da un Governatore che i sardi hanno votato ma che dopo 4 anni non vedono l’ora di rimandare a casa, non ha saputo tutelare questi lavoratori. Ed è sempre più lontana la speranza per i giovani della Sardegna di poter lavorare, comprare una casa, costruire una famiglia e progettare la propria vita nella terra natia.
Ci appelliamo alla sua sensibilità, come Capo dello Stato per fermare questo trasporto di rifiuti perché riteniamo di aver già dato il nostro aiuto (che ci trovava contrari) con le navi già arrivate e che i prossimi carichi siano dirottati ad altre Regioni.
In più Le chiediamo di portare al’attenzione delle forze politiche la necessità che siano messi in essere quei provvedimenti (vedi zona franca fiscale sulle merci) che metta fine alla disparità con le altre Regioni Italiani.
Caro Presidente, noi amiamo l’Italia come non mai ma con fatti concreti vorremmo sentirci considerati come gli altri.

sabato 31 maggio 2008

Giornalismo delirante 2 | Sant'Elia, il progetto di Alkemade

(L'Altra Voce) Signore e signori, ecco a voi il Concept Masterplan of Sant'Elia. Dalla affollata sala numero cinque della Manifattura va in scena un sogno da realizzare. Presenta Floris Akemade. Va bene: è solo un progetto. Ma suggestivo quanto basta da sperare che davvero quelle idee di carta possano diventare realtà. Un giorno, prima o poi: passo dopo passo, senza contrapposizioni ideal-istituzionali.
La Regione insiste: «Questo progetto, il suo avvio, vale da solo una legislatura», avrà modo di dire l'assessore regionale ai lavori pubblici Carlo Mannoni. Nel bene (il Masterplan) e nel male (l'abbandono di Sant'Elia), passato e futuro mettono alle corde le istituzioni: Regione, Comune, Area(azienda regionale per l'edilizia abitativa). Mannoni mette tutti dentro quando il mea culpa serve a fare il primo passo. Per il riscatto: della politica e, soprattutto per gli abitanti del quartiere.
Sono proprio loro, infatti, il punto di partenza per una riqualificazione che tenga conto delle esigenze sociali, urbanistiche e territoriali di Sant'Elia. Perché una cosa è emersa con forza nel corso delle consultazioni preliminari: gli abitanti non vogliono lasciare le loro case. Il senso identitario, in questo angolo di mondo dimenticato per anni, è ancora molto forte. Anzi, come spiega Floris Alkemade: «Il contesto è estremamente eterogeneo con diverse identità».
Comunque sia, l'iniziale ipotesi di distruggere e ricostruire è stata accantonata. La via maestra indicata dall'architetto è quella della strategia minima di interventi: un approccio minimalista teso a migliorare l'attuale geografia residenziale. Sant'Elia, ha spiegato Alkemade «è come un tessuto urbano scucito dalla città».
E allora le proposte sono quelle di riqualificare l'edilizia abitativa:eliminare il piano piastra e il primo piano: riconvertirli in abitazioni e negozi; ridefinire gli spazi pubblici e comuni; la riconnessione del quartiere al porto con scuole, negozi; la riapertura del canale per la biodiversità e la promozione di turismo ecologico sui colli di Sant'Ignazio, Sant'Elia e Calamosca.
Infine lo stadio: ridimensionato e spostato in prossimità del lungomare. Ridisegnato come un ferro di cavallo: un'unica grande curva affacciata come a una finestra, sul mare: su Sant'Elia e sul Betile. Un paesaggio che, come ha spiegato Alkemade, finirà su tanti piccoli schermi in occasione delle partite del Cagliari. Riqualificazione e promozione si incontrano in questo progetto che immagina una Cagliari, che assume i connotati di un'aspirante capitale del Mediterraneo.: che diventa laboratorio culturale e architettonico.
Ma ritorniamo un attimo sulla riqualificazione edilizia: «Ogni viaggio comincia da un primo passo», ribadisce Alkemade, citando un proverbio cinese. Ed ecco il primo passo: riqualificare il Favero. E soprattutto coinvolgere gli abitanti in questo progetto che riguarda la città, ma soprattutto i cittadini di Sant'Elia. Alla presentazione assistono l'assessore comunale Giovanni Campus, il presidente della commissione urbanistica Massimiliano Tavolacci e un coerente nemico dichiarato del Betile: Alessandro Serra, consigliere comunale di Alleanza nazionale.
È apprezzabile che oltre Campus qualcuno abbia deciso di entrare, ascoltare e intervenire all'iniziativa. Anche per esprimere riserve o contrarietà. Sempre meglio che dirigere l'orchestra giovanile e nostalgica del “Soru boia” di Azione giovani in versione ridotta. A restar fuori si rischia di non vedere, e quindi negare, l'evidenza: FestArch piace a esperti e non. A giovani e meno giovani. A comunisti e moderati. Se ne faccia una ragione Pellegrini: e se la faccia entrando e guardando le cose con i suoi occhi e non quelli di quella che chiama “stampa prezzolata”.
Tornando a Campus: quando difende la scelta che negli '70 portò alla realizzazione di quegli edifici, a Sant'Elia, lo fa in maniera accorata e sincera: «Il sogno della casa andava onorato. Ma il punto è: perché il sogno è diventato un incubo? Ma ora, Comune e Regione hanno deciso di dire basta: l'architettura non può essere delegata: fa parte della vita di tutti noi». Applausi, anche per lui.
Poi è il turno di Tavolacci: «Una cosa sono le idee, un'altra sono i progetti», premette, «ma l'apertura del Comune di Cagliari è evidente: alcune cose le abbiamo già fatte, ma è necessario proseguire la discussione intorno a un tavolo tecnico». Ma quando si esce dallo schema della contrapposizione politica sterile, ci sono osservazioni che meritano attenzione bipartisan:«Proporre speranze, idee non realizzabili», conclude Tavolacci, «potrebbe essere fatale per il quartiere». Proprio come privarli di un sogno.
Cinzia Isola

venerdì 30 maggio 2008

Giornalismo delirante 1 | I padri e i 20 Pellegrini's boys del “Soru boia”

(L'Altra Voce) «Già avevo anticipato, sulla stampa, alle prime notizie delle tentazioni betiliche del nostro governatore, l'ansia totalitaria che si intuiva dietro quella voglia monumentale di "parole di pietra". Utilizzo propagandistico dell'architettura ipertrofica, tipico della tradizione totalitaria del novecento, che vede illustri predecessori del nostro piccolo satrapo regionale: da Hitler a Stalin sino a Mussolini.
La raffinatezza di questa ennesima operazione propagandistica-architettonica, vestita a fest-arch effimera e miliardaria, rivela netti, disegno e calcolo di comunicazione di un egocentrico che sa il fatto suo, senza nascondere peraltro affinità sconcertanti con l'ambiguità pseudomodernista mussoliniana della fine degli anni trenta. Quando (leggasi il recente, interessantissimo "Mussolini architetto", di Nicoloso, uscito per i tipi di Einaudi) il duce, intossicato dalla competizione architettonica accesa da Hitler e dal plagiatissimo Speer, sterza senza esitazione dall'equilibrio del sincero razionalismo "di regime" di Pagano e Terragni e si avventura nell'ultimo, fosco atto di quel monumentalismo piacentiniano, diviso tra romanità di archi e colonne e funzionalismo minoritario, che troverà sfogo nei grandi cantieri incompiuti della Capitale e nel progetto dell'E42 (oggi Eur).
A quella storica ambiguità il nostro governatore aggiunge l'effimero festaiolo e trendy delle passerelle chiassose e la frenesia delle grandi abbuffate pseudoculturali, amplificate adeguatamente da una stampa acritica e ben foraggiata e acclamate dalla turba prona di tutti i suoi lacayos.
Poveri studenti di architettura! Ingannati da questo lussuoso balenare di dorati lustrini e pingui gettoni, non sanno che il futuro che li aspetta è quello del bigliettaio, o se gli va bene del custode, nell'antro faraonico del Betile» Firmato: Giorgio Pellegrini.
Ora: alzi la mano chi ha capito qualcosa e aiuti anche noi. Pellegrini è l'assessore alla Cultura del Comune di Cagliari, professore universitario, grande oppositore di qualunque manifestazione si svolga dentro la Manifattura Tabacchi: quello sopra è un volantino che girava ieri tra le mani di una ventina di manifestanti di Azione Giovani contrari al FestArch, durante la sua inaugurazione. È anche «una lettera che ho spedito all'Unione Sarda: spiega i motivi della nostra protesta», dice.
Siamo onesti: l'abbiamo letto e mica capito. Molto più comprensibili i messaggi e gli slogan lanciati dai giovani di Alleanza nazionale, con tanto di striscione e megafono. Il primo, ricalcato dal noto spot televisivo di una carta di credito: «Due giorni di FestArch: 500mila euro»; «Betile» e giù il prezzo; «Sardegna fatti bella» e via con l'importo. A non avere prezzo, in questa rivisitazione, è «ricevere rifiuti dalla Campania».
Mischiano tutto quello che c'è da mischiare e aggiungono qualche motivetto orecchiabile con sonorità da stadio: «Presidente, ma quando te ne vai?», «L'italiano è senza tetto, fai la festa all'architetto» sino al sapore nostalgico di «Soru Boia». Poco convinti, ché li ascoltano in pochi: eppure sono più immediati di quel volantino. Noi, abbiamo detto, mica lo abbiamo capito: chissà quanti l'hanno fatto, tra i contestatori.
Checché ne dicano loro, la gente entra negli spazi della manifattura. «Sono tutti addetti ai lavori», sottolinea Pellegrini. Che a Cagliari ci fossero così tanti architetti, neanche questo sapevamo. Tutti pronti, poi, a sfidare il caldo della sala e ad ascoltare la lectio magistralis di Jacques Herzog: tanto il primo, in inglese la seconda. «Ma cosa resta poi di questa serata?», chiede Pellegrini: «E cosa di 74 appuntamenti concentrati in due giorni?» L'effimeratezza della manifestazione sta tutta qui. Quello che non va giù è proprio lo spazio fisico: «È un'area che al Comune non è mai stata concessa. Contestiamo l'uso dittatoriale dello spazio, su cui il governatore non vuole cedere di un millimetro».
Però, permetta, assessore: visto che è qui, lei che è del campo, entrerà a sentire qualcosa? «Non credo, ho una certa resistenza alle passerelle: anziché pagare fior di gettoni a tutti gli ospiti si sarebbe potuto organizzare un seminario di un mese per gli studenti di architettura. Quello sì che sarebbe servito». E perché non si è mai fatto, magari quando al governo c'era il centrodestra? Risposta: «Si faccia ora, no?».
Prima erano impegnati a cercare di venderlo, quello spazio: volevano farci un casinò.
Marco Murgia